Sarà la crisi economica, sarà quel che sarà, è certo che un po’ tutti aguzzano l’ingegno e, perfettamente in sintonia con la tradizione dei detti… seguono il danaro.

Meno lavoro, meno cose “vere” da fare, maggior bisogno di contanti. E’ uno scambio. Le attività commerciali sono tra le prime a trasformarsi, a ridefinire i propri confini. Ne apri una, poi la chiudi, la reinventi. Missione sopravvivenza. QUESTO LO CAPISCO.

Non capisco però perché spesso debbano rivestire le città di pellicole, di strati indelebili, di grafiche insulse. Puntano alla parte debole del cervello umano. Puntano alla debolezza. La città ne fa le spese. Non odio i centri commerciali, le catene di negozi. Anzi, sono un fan di Decathlon ed Ikea, per esempio.

L’effetto Las Vegas (non me ne abbiano i cittadini ed il Sindaco), raggiunge piano piano tutte le città. Le attività commerciali che più velocemente si trasformano e compiono piroette grafico – paesaggistiche sono sempre le stesse: centri commerciali, compra vendita di monili d’oro, kebab, centri massaggi e parrucchieri oriental – latino americano – italico – neo manga, sale slot, videlottery (VLT), benzinai low cost.

Chi ne fa le spese è quel paese che a detta di molti ha il patrimonio culturale più ampio del mondo. Nessuno ha mai fatto i conti e nessuno mai li farà e, seppure questa sia una leggenda metropolitana, è chiaro che anche la più piccola e insignificante città di provincia non deve essere, per questo, vandalizzata.

Non sono contro la pubblicità ( mi piaceva piazza Duomo a Milano con le insegne luminose ! ) ma sono contro i cattivi progetti. Lavorare meglio aiuta la città. Aiuta tutti noi a farci un’idea di cosa è bene e di cosa è male: ci aiuta a comprendere e a costruire l’immagine della città.

La capacità di integrare un progetto al contesto è un lavoro. Un lavoro che nessun vuole più fare.

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