Non sarò l’unico ad aver ascoltato amici, parenti, colleghi, molti insomma, dire tranquillamente che un edificio antico o anche solo vecchio è bello… mentre uno recente, moderno, contemporaneo… è brutto, semplicemente. Cosa fa percepire bello ciò che è passato, e brutto ciò che è presente? Perché l’ottocento piace sempre? Sembra che una piazza debba fermarsi all’ottocento, con una panca di pietra – una, mi raccomando – il palo con lanterna in cima – come se l’elettrificazione fosse cosa di domani. Sono domande che mi hanno costantemente assillato. E solo studiando il paesaggio del lago Maggiore mi sono reso conto che la risposta era lì, semplicissima. Molti potranno dirmi che era ovvio. Altri, lo sapevano di sicuro e da molto tempo. A me, è chiaro solo adesso. Proviamo a dare un veloce sguardo alle immagini della vecchia tranvia che conduceva da Stresa alla cima del Mottarone.

Niente di epocale, forse. Più che la linea e i veicoli, ciò che colpisce sono le stazioni, i ponti, le strutture accessorie. Sono fatte bene, a regola d’arte. Pescano correttamente dal catalogo di idee e di ornati del periodo. Sono opere di ingegneria e di architettura che comunicano una cosa semplice: un lavoro ben fatto. Oggi solo la tecnologia, l’informatica, la nano tecnologia riescono a comunicare il messaggio di un lavoro ben fatto. Forse non sempre ma ci si avvicinano. La grande cesura delle guerre mondiali, il boom economico degli anni ’50 e ’60 hanno forse tradito l’idea del ben fatto, della regola d’arte. A quest’ultima si sono sostituite leggi, norme, sempre più precise, sempre più voluminose (confrontate un regolamento edilizio svizzero con uno italiano: penserete ad un errore) sempre più ingarbugliate ma spesso anche giuste e ben scritte. Un quadro normativo eccezionale che ha però contribuito allo scollamento tra le figure principali, tra gli attori del paesaggio italiano: il progettista, il cliente, l’impresario e l’amministratore pubblico (e con lui il legislatore). E’ dall’alchimia tra questi, è dal colloquio/bisticcio tra progettista e cliente che nasce la “bella” architettura e il “bel paesaggio”. Guardiamo il lago Maggiore adesso: resiste. Abbastanza bene, forse. Eppure il paesaggio dei giardini della costa piemontese si sta inbastardendo, inaridendo. Non sono solo i soldi a mancare ma è la regola dell arte che è sopita. Cosa fare? Tornare all’ottocento? Mai e poi mai! Tornare alle basi, invece. Cogliere l’occasione al volo. Rallentare, fermarsi a ragionare, a studiare a cercare di capire in che posto ci troviamo. Ascoltando la voce del paesaggio, ascoltiamo, leggiamo e capiamo quali sono gli aspetti fondamentali sui quali basare il nostro lavoro di architetto, paesaggista, giardiniere, ingegnere idraulico, conservatore ecc. ecc. E’ necessario tornare al legame intimo con la terra, con il territorio. Senza abiurare il presente, le tecnologie ma, lavorando per il futuro riconquistando il passato. Come? Il cliente deve essere in grado di fare le domande giuste ed il progettista imparare a rispondere nel modo migliore. Demandare ad una norma o ad un piano non è sempre la soluzione vincente. Risparmiare sui materiali, banalizzare un disegno non ci rendono migliori. Dobbiamo puntare alla felicità pubblica.

La costa piemontese (si vede Baveno e la sua cava) dall'Isola Bella.  A lato l'Isola dei Pescatori
La costa piemontese (si vede Baveno e la sua cava) dall’Isola Bella.
A lato l’Isola dei Pescatori